"La poesia dice troppo in pochissimo tempo; la prosa dice poco, e ci mette un bel po'..."

Charles Bukowsky

domenica 6 novembre 2011

Senza doppi Fini


A volte ti chiedi se Fini ci sia o ci faccia. La risposta sta nel mezzo. C'è ma non del tutto, ci fa ma non del tutto. Solo i detrattori più ottusi potrebbero contestarne l'intelligenza: un giocatore di scacchi, freddissimo, avvezzo alle trincee dialettiche più che alle sparate grossolane. Lo fiutavano i commilitoni dell'Msi, quando nella rovente forbice '70-'80, il ragazzotto bene bolognese che "non si sporcava mai le mani" tra sprangate e azioni di piazza, scalava in progressione i vertici del Fronte della Gioventù. Prima di insediarsi, con animo e poltrona, alla destra - ulteriore... - di Almirante, magnetizzando asti che si sarebbero strascicati negli anni.


Lucio Colletti, che evidentemente lo teneva poco in considerazione, amava liquidarlo così: "Sotto gli occhiali, niente". Quasi a sottolineare che i sussieghi e il bon ton istituzionale dell'ex delfino almirantiano nascondessero ben poca sostanza politica. Qualcosa doveva fermentare, invece, se in vent'anni Fini è riuscito a timbrare l'ingresso dei post fascisti nel tanto sospirato (ex) arco costituzionale, saldarli come alternativa interna tra Forza Italia e Lega, accentuare di colpo in colpo la discontinuità da un berlusconismo in fase discendente. Con distinguo importanti (vedi il voto agli stranieri o la difesa della magistratura) dall'irruenza chiassosa dei colleghi di coalizione.


Quanto al "farci", le tesi del suo opportunismo si auto-escludono. Fini avrebbe potuto adagiarsi sul deflusso di Berlusconi, saltando fuori dalla barca al momento giusto. Quello che, più o meno, fanno ora alcuni dei "berluscones" più apparentemente granitici . Ha creato un partito nuovo, cavalcato l'entusiasmo momentaneo, intercettato un target variabile di "aennini apolidi", liberali alla Della Vedova, elettori non di sinistra costretti a turarsi il naso pur di non votare Lui. E una manciata di teste di tutto rispetto, come quelle della Fondazione Fare Futuro. Futuro e libertà doveva circoscrivere il "futuro" di una destra "liberale, europea" (soprattutto europea: etichetta assai in uso, anche a sinistra, senza che nessuno sappia cosa voglia dire. Quale sarebbe questa destra? Sarkozy?).



Si è impantanato quasi subito tra faide interne, sfide di visibilità e - ovviamente - la campagna acquisti berlusconiana, con offerte di poltrone che hanno rimbalzato in ovile nomi importanti della primissima compagine finiana. Gravitando nel pallore programmatico del Terzo Polo, con un ventaglio di interlocutori che oscilla tra Vendola e Casini. Con gli ex "falchi" che ormai sfiorano il movimentismo, come Granata; e le ex "colombe" che, se non hanno già (ri)fatto le valigie, annacquano sempre di più la distanza da quel che rimane del Pdl.


Il coming out di un fallimento, forse. O un'esperienza che si concede tempo.

Ci è o ci fa, Fini? Non è chiaro, ma se dice che "sarebbe un paradosso se diventasse vera la profezia di Indro Montanelli, il quale temeva che Berlusconi avrebbe finito per togliere dignità alla destra per i prossimi 20 anni", spiace fargli notare che, nei 16 anni precedenti, in quella destra c'era anche lui. Si parlava di paradossi?

Alberto Magnani

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