C’è un ragazzo, che chiameremo P.
Ha trent’anni. Capelli nerissimi, barba accennata. Alto e sottile. Un bel viso, sempre contorto in una smorfia interrogativa. Occhi marroni puliti, bagnati dalla paura e dalla curiosità.
P. ha un ritardo mentale. Leggero, ma non trascurabile. Dall’infanzia. Gira sempre con sua madre, che lo porta a passeggiare per le stradine di Durham. Cinquantamila anime nel nord dell’Inghilterra, confine con la Scozia. È felice, anche se inconsapevole di tutto, o quasi. Anche sua mamma lo è: il padre se ne è andato da anni, lasciandole un ricordo bellissimo e l’amore per quel figlio che non hanno mai voluto chiamare diverso. Ora fa tutto da sola: lo sveglia, lo segue, gli ricorda le scadenze quotidiane. Gli fa annusare l’autunno, che qui si disperde in tramonti soffici, con l’acquerello di colline verdissime e foglie gialle, arancioni. Rosse. Col freddo che, alla sera, sfuma in una brezza pungente, stemperato da tazze bollenti di tè Lipton.
P. si è presentato ai freshers days dell’università di Durham, la due giorni introduttiva delle matricole. La madre che gli ha pettinato i capelli, gli ha stirato la camicia più elegante, lo ha accompagnato a braccetto. Orgogliosa, perché P. ce l’ha fatta.
P. non esiste. O non esiste nello specifico: è una storia, la storia di tanti silenzi sulla disabilità. Che nel Regno Unito, detto senza esterofilia, non è vissuta come una condanna. In Italia, quanti P. sbloccherebbero l’impasse non di una facoltà, ma di un liceo? Million dollar question. A volte, il teatrino degli Scilipoti, delle Santanchè, delle firme di prestigio che si rimbalzano querele come punti d’onore, del bunga bunga, può divertire. Ma poi c’è un sussulto di nausea, e gli occhi sinceri, autentici, di chi vive, conosce, e supera il trauma di una “diversità” tutta apparente, ridimensionano lo schifo che intride le nostre cronache. Ci martellano con le battaglie (condivisibili, per carità) dell’anti-casta: quanti sprecano mezza riga per una carrozzella che si blocca sulle scale di una scuola superiore?
Ti senti svuotato, ma percepisci, sottotraccia, una brezza di sollievo. Perché è bello pensare a una felicità diversa dalla tua. Che non grida in piazza, non litiga da Vespa e Santoro, non intasa gli schermi. C’è il dono della semplicità, che non conosce arroganza. Bukowsky diceva di provare una sensazione di benessere, nelle vicinanze di un animo libero.
Che scrive, preferisce il silenzio. Con un vuoto di parole che racconta, da solo, un profondo senso di gratitudine.
Alberto Magnani

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