Svegliami Ieri
Il blog di Alberto Magnani
"La poesia dice troppo in pochissimo tempo; la prosa dice poco, e ci mette un bel po'..."
Charles Bukowsky
Charles Bukowsky
giovedì 1 dicembre 2011
Adesso Io Devo Sapere
Il primo dicembre è la giornata mondiale di lotta all'Aids. Anzi, all'ai di esse, per italianizzare la pronuncia. Il simbolo è un fiocco rosso.
L'Acquired Immune Deficiency Syndrome, nell'immaginario comune, resta un male sotterraneo. Una "roba da gay", o "da drogati". Il presupposto di base, implicito a tanti ragionamenti all'ingrosso, è che chi lo contrae se lo sia cercato. In fondo, si dice, basta evitare le siringhe; proteggersi nei rapporti sessuali; pregare il medico di fiducia di sterilizzare i suoi strumenti quando ti visita, e via di luogo comune. A meno che non ti chiami Freddy Mercury o Keith Haring, il mostro vigliacco che ti può condannare a morte con un'influenza, destrutturando il sistema immunitario, è il frutto di vizi privati. Quindi, proverbialmente: affari tuoi.
Haring, con l'onestà che il successo globale gli consentiva, non ha nascosto le origini del contagio: «Nella mia vita ho fatto un sacco di cose, ho guadagnato un sacco di soldi e mi sono divertito molto. Ma ho anche vissuto a New York negli anni del culmine della promiscuità sessuale. Se non prenderò l'Aids io, non lo prenderà nessuno.». Ma non ci sono solo le stelle, luci che cadono con lacrime mondiali.
Ci sono 33 milioni di casi certificati: 30 milioni solo nei paesi in via di sviluppo.Chissà se i 2.3 milioni di bambini che nell'Africa sub-Sahariana vengono alla luce con la condanna della sieropositività faranno in tempo a "divertirsi molto". E chissà quanti ricordi scorreranno sulla lapide del 26% di adulti che, nella minuscola enclave post apartheid dello Swaziland, convivono con una vulnerabilità che chiederà presto il conto. Haring lo sapeva: e i suoi fan, oggi, combattono attivamente contro l'incubo che ha assassinato un artista di genio, come 25 milioni di vittime meno illustri.
I dati segnalano un miglioramento. Le percentuali aumentano, ma il trattamento dell'HIV potrebbe salvare (ci dice il Global report 2010 dell'UNAIDS) 10 milioni di vite. E allora, perché tanto silenzio? L'Aids è un tabù, in Italia. Peccato che nel 2010 si siano registrati 5,5 casi di positività al test HIV su 100mila abitanti. E che, in più dell'80% dei casi, le cause del contagio siano di carattere sessuale.
Sorpresa: 50% etero e 30% gay. Siamo bombardati dalla mercificazione pecoreccia del sesso, con uno sfruttamento mediatico della corporalità che fa quasi sorridere - se non fosse spia di un degrado culturale allucinante. Si usa il sesso per vendere, si impongono modelli di un machismo demenziale: ma "preservativo" scompare magicamente dal vocabolario televisivo. Il culo di Belen sì e informazione basilare sulla peggiore piaga epidemiologica della storia no?
C'è qualcosa che stride. Forse. Adesso io devo sapere. Voglio sapere.
.Alberto Magnani
sabato 19 novembre 2011
La barriera dell'indifferenza. La storia di P.
C’è un ragazzo, che chiameremo P.
Ha trent’anni. Capelli nerissimi, barba accennata. Alto e sottile. Un bel viso, sempre contorto in una smorfia interrogativa. Occhi marroni puliti, bagnati dalla paura e dalla curiosità.
P. ha un ritardo mentale. Leggero, ma non trascurabile. Dall’infanzia. Gira sempre con sua madre, che lo porta a passeggiare per le stradine di Durham. Cinquantamila anime nel nord dell’Inghilterra, confine con la Scozia. È felice, anche se inconsapevole di tutto, o quasi. Anche sua mamma lo è: il padre se ne è andato da anni, lasciandole un ricordo bellissimo e l’amore per quel figlio che non hanno mai voluto chiamare diverso. Ora fa tutto da sola: lo sveglia, lo segue, gli ricorda le scadenze quotidiane. Gli fa annusare l’autunno, che qui si disperde in tramonti soffici, con l’acquerello di colline verdissime e foglie gialle, arancioni. Rosse. Col freddo che, alla sera, sfuma in una brezza pungente, stemperato da tazze bollenti di tè Lipton.
P. si è presentato ai freshers days dell’università di Durham, la due giorni introduttiva delle matricole. La madre che gli ha pettinato i capelli, gli ha stirato la camicia più elegante, lo ha accompagnato a braccetto. Orgogliosa, perché P. ce l’ha fatta.
P. non esiste. O non esiste nello specifico: è una storia, la storia di tanti silenzi sulla disabilità. Che nel Regno Unito, detto senza esterofilia, non è vissuta come una condanna. In Italia, quanti P. sbloccherebbero l’impasse non di una facoltà, ma di un liceo? Million dollar question. A volte, il teatrino degli Scilipoti, delle Santanchè, delle firme di prestigio che si rimbalzano querele come punti d’onore, del bunga bunga, può divertire. Ma poi c’è un sussulto di nausea, e gli occhi sinceri, autentici, di chi vive, conosce, e supera il trauma di una “diversità” tutta apparente, ridimensionano lo schifo che intride le nostre cronache. Ci martellano con le battaglie (condivisibili, per carità) dell’anti-casta: quanti sprecano mezza riga per una carrozzella che si blocca sulle scale di una scuola superiore?
Ti senti svuotato, ma percepisci, sottotraccia, una brezza di sollievo. Perché è bello pensare a una felicità diversa dalla tua. Che non grida in piazza, non litiga da Vespa e Santoro, non intasa gli schermi. C’è il dono della semplicità, che non conosce arroganza. Bukowsky diceva di provare una sensazione di benessere, nelle vicinanze di un animo libero.
Che scrive, preferisce il silenzio. Con un vuoto di parole che racconta, da solo, un profondo senso di gratitudine.
Alberto Magnani
giovedì 17 novembre 2011
Tecnici al Governo. Trionfo dell'anti-politica? Meglio (se questa è la politica...)
Giuliano Ferrara guardava con orrore all'ipotesi di una squadra di Governo senza sponde partitiche. Il "trionfo dell'anti-politica", nelle parole dell'Elefantino. Un traghetto metallico, ipertecnicistico, senza una - a quanto pare fondamentale - coloritura ideologica nell'indirizzo di esecutivo.Che Ferrara, dopo aver sventolato mutande con Sallusti e la Santanchè contro i "tromboni moralisti" del caso Ruby (non è un modo di dire, lo ha fatto davvero), si premuri di salvaguardare la purezza dell'esercizio politico, è ammirevole.
Ma in base a cosa la corrispondenza diretta tra competenze curricolari e ambito di azione dovrebbe nuocere? Non si parla di Monti, dell'opportunità - o meno - della sua insediatura. Si parla degli obiettivi effettivamente raggiungibili da diciassette professionisti. Di profilo alto, addirittura altissimo se proporzionato al vuoto pneumatico dei precedessori. È inutile vagheggiare di "politica" nelle accezioni più nobilitanti del termine se, poi, il panorama ci è noto.
"Politica" significa un porto di mare, sconnesso e inconcludente, nel centrodestra. Ottima sintesi tra riciclati illustri (ex socialisti, ex missini in cerca di identità, ex diccì; più una carrellata di guest stars - più guest che stars a dire il vero) e nuove leve (dipendenti e orfani precoci dell'unico leader effettivo, cioè Berlusconi). Il centrosinistra è invischiato in gare di appalto tra nominativi e leaderships, con la smania (salutarmente coltivata da anni) per le sfide di poltrone che esaltano le logiche di partito e sviliscono le problematiche reali.
Un esempio di chi e come potrebbe dimostrare la maggior efficacia della "tecnica" (comunque circostanziata) alla "politica", nel senso detto? Anna Maria Cancellieri, ministro dell'Interno. Non avrà conosciuto la militanza, o l'incontinenza verbale da intasamento dei dispacci Ansa, ma ha traghettato con intelligenza una Bologna ferita dal commissariamento post Del Bono. Il Berlusconi III si faceva vanto delle sue "pasionarie". Ma se la politica è passione, la passione sono le "pasionarie", le pasionarie sono Santanchè, Meloni, Carfagna e Mussolini, meglio l'anti-politica. Più fredda, forse. Ma dignitosa. Sembreremmo quasi un Paese vero.
Alberto Magnani
mercoledì 9 novembre 2011
Salta il Tappo. Ma ora? Cosa (non) c'è dopo Berlusconi
Salta il tappo. Con o senza doppi sensi. Berlusconi cade, va sotto alla Camera, archiviando la terza (e ultima?) esperienza governativa. Sicuramente la più travagliata, con un accento internazionalmente magnetizzato più su scandali giudiziari e privati che scelte politiche. Niente di nuovo, per essere onesti, ma negli ultimi mesi si è sfiorato apertamente il parossismo.
Anche perché di "politica", in senso pratico (di valori non parliamo neppure...) se ne è vista pochina. Il particolare, beffardissimo, che su otto "traditori" non pervenuti al voto favorevole - così recita il foglietto di appunti del Cavaliere, immortalato dagli scatti dell'Ansa - ce ne fossero uno alla toilette e uno agli arresti domiciliari, esprime la qualità in caduta libera della maggioranza governativa.
Non che gli esordi fossero stellari, ma i raffazzonamenti di poltrone delle ultime settimane - e soprattutto l'imbarazzo europeo per la gestione tira e molla della Finanziaria - hanno rafforzato il sospetto che "l'anomalia" si stesse traducendo in un avanspettacolo di fine stagione. Con il leader vecchio che inanella farneticazioni ("Forza Gnocca"? "Culona inchiavabile"? Ma non si ispirava a De Gasperi?), circondato da fedelissimi ed ex fedelissimi che si spartiscono le spoglie. O fanno a gara ad abbandonare la nave, vedi la Carlucci e l'improvvisa voglia di "rispondere all'Europa" - senza del resto chiarire cosa Strasburgo si aspetti da lei.
Il tappo è saltato, ma ora? Un Pirandello in là con gli anni, deluso da Mussolini, sosteneva che il fascismo fosse un "tubo vuoto" da riempire a piacimento di illusioni. Berlusconi è sul viale del tramonto, ma i detriti della sua gestione sono ancora più angoscianti. Insomma: cosa c'è, ora? Nel dettaglio: il Pdl è un partito senza struttura e senza identità politica. Una piramide rovesciata a controllo divino: sotto Berlusconi (incontestabile, pena gogna mediatica e allontanamento), una linea orizzontale di leader da talk show televisivo, tutti identici e tutti appianabili.
Con qualche distinguo: Tremonti è il polso economico, ad esempio, ma gli ormai celeberrimi "conti a posto" si appoggiano su un'accetta indiscriminata, che di lungimirante ha poco e salvifico ancor meno. La Lega ha perso feeling col suo alleato- chiave, e il sistematico ritardo dell'unico obiettivo sopravvissuto a una metamorfosi quasi impressionante, il federalismo fiscale, è rimasto sul tappeto. E la base, ben più esigente delle platee pidielline, ne chiede conto. Il Terzo Polo è in cerca di una sostanza, sospeso tra tentazioni filogovernative e aperture a sinistra in senso antiberlusconiano. Ma senza Berlusconi, appunto, accordare Vendola ed ex almirantiani non sembra semplicissimo. Casini è un ago della bilancia, sa come muoversi. Fini annaspa, ma potrebbe reagire, anche se per Fli si intravede poco. O nulla. E l'Api, fin qui, è servito come parcheggio per salti interessati nella maggioranza.
Poi ci sarebbe la "opposizione" cronologicamente più datata, Pd e Di Pietro. Ma Bersani non è pronto per un'alternativa, come non lo era quando, anziché premere per le elezioni, temporeggiava su "governi tecnici" e affini. Di Pietro idem, e una volta tanto lo ammette in prima persona. La clessidra indicherebbe una quindicina di giorni, prima dell'ultimo (ma ne siamo sicuri, poi?) atto di Berlusconi al timone nazionale. Diciassette anni che hanno fatto male al Paese, con la parabola sempre più degradante di una classe politica caciarona e inconcludente. Bisogna capire cosa c'è dopo, e quanto durerà la convalescenza. Ammesso ci sia qualcosa...
Alberto Magnani
Anche perché di "politica", in senso pratico (di valori non parliamo neppure...) se ne è vista pochina. Il particolare, beffardissimo, che su otto "traditori" non pervenuti al voto favorevole - così recita il foglietto di appunti del Cavaliere, immortalato dagli scatti dell'Ansa - ce ne fossero uno alla toilette e uno agli arresti domiciliari, esprime la qualità in caduta libera della maggioranza governativa.
Non che gli esordi fossero stellari, ma i raffazzonamenti di poltrone delle ultime settimane - e soprattutto l'imbarazzo europeo per la gestione tira e molla della Finanziaria - hanno rafforzato il sospetto che "l'anomalia" si stesse traducendo in un avanspettacolo di fine stagione. Con il leader vecchio che inanella farneticazioni ("Forza Gnocca"? "Culona inchiavabile"? Ma non si ispirava a De Gasperi?), circondato da fedelissimi ed ex fedelissimi che si spartiscono le spoglie. O fanno a gara ad abbandonare la nave, vedi la Carlucci e l'improvvisa voglia di "rispondere all'Europa" - senza del resto chiarire cosa Strasburgo si aspetti da lei.
Il tappo è saltato, ma ora? Un Pirandello in là con gli anni, deluso da Mussolini, sosteneva che il fascismo fosse un "tubo vuoto" da riempire a piacimento di illusioni. Berlusconi è sul viale del tramonto, ma i detriti della sua gestione sono ancora più angoscianti. Insomma: cosa c'è, ora? Nel dettaglio: il Pdl è un partito senza struttura e senza identità politica. Una piramide rovesciata a controllo divino: sotto Berlusconi (incontestabile, pena gogna mediatica e allontanamento), una linea orizzontale di leader da talk show televisivo, tutti identici e tutti appianabili.
Con qualche distinguo: Tremonti è il polso economico, ad esempio, ma gli ormai celeberrimi "conti a posto" si appoggiano su un'accetta indiscriminata, che di lungimirante ha poco e salvifico ancor meno. La Lega ha perso feeling col suo alleato- chiave, e il sistematico ritardo dell'unico obiettivo sopravvissuto a una metamorfosi quasi impressionante, il federalismo fiscale, è rimasto sul tappeto. E la base, ben più esigente delle platee pidielline, ne chiede conto. Il Terzo Polo è in cerca di una sostanza, sospeso tra tentazioni filogovernative e aperture a sinistra in senso antiberlusconiano. Ma senza Berlusconi, appunto, accordare Vendola ed ex almirantiani non sembra semplicissimo. Casini è un ago della bilancia, sa come muoversi. Fini annaspa, ma potrebbe reagire, anche se per Fli si intravede poco. O nulla. E l'Api, fin qui, è servito come parcheggio per salti interessati nella maggioranza.
Poi ci sarebbe la "opposizione" cronologicamente più datata, Pd e Di Pietro. Ma Bersani non è pronto per un'alternativa, come non lo era quando, anziché premere per le elezioni, temporeggiava su "governi tecnici" e affini. Di Pietro idem, e una volta tanto lo ammette in prima persona. La clessidra indicherebbe una quindicina di giorni, prima dell'ultimo (ma ne siamo sicuri, poi?) atto di Berlusconi al timone nazionale. Diciassette anni che hanno fatto male al Paese, con la parabola sempre più degradante di una classe politica caciarona e inconcludente. Bisogna capire cosa c'è dopo, e quanto durerà la convalescenza. Ammesso ci sia qualcosa...
Alberto Magnani
lunedì 7 novembre 2011
Governo moribondo. La sinistra si sveglia? Macché: parla di Renzi
Divergenze parallele. Il centro-destra ha archiviato per due decenni il nobile ma poco redditizio esercizio del dissenso, implodendo fuori tempo massimo in un rituale maldestro di fughe e transumanze, quasi sempre in direzione centro. Esemplare Gabriella Carlucci (meglio nota come sorella di Milly, ma è anche vero il contrario) che dopo 17 anni di militanza a fianco del Cavaliere si paracaduta sull'Udc con la giustificazione, a modo suo memorabile, di "rispondere alle richieste dell'Europa". Il centro-sinistra avrebbe l'occasione contraria: archiviare una vita e mezzo di liti, colpi bassi, duelli intestini, cementarsi - anche per calcolo politico, sai che scandalo - in un blocco unico e fronteggiare la probabile carambola del Berlusconi III. Invece, in plastica coerenza, parla di Renzi.
E se non di Renzi, di Vendola. E se non di Vendola, di Di Pietro. E se non di Di Pietro, quando è in vena, di Bersani bacchettato da Prodi. Berlusconi naufraga al capolinea e l'ansia della potenziale alternativa di governo è decifrare quanto sia labour il sindaco di Firenze. Possibile che in uno scenario fondamentale, appetibilissimo per una sterzata definitiva, l'opposizione non sblocchi quella sindrome, un po' narcisistica un po' auto-consolatoria, di parlare sempre e comunque di sé? Bella domanda. Perché il processo a Renzi, che pure - capiamoci - è discutibilissimo sotto diversi profili, implica il vizio capitale di un'opposizione con poca sostanza e tanti, troppi nomi. In un intreccio farneticante di recriminazioni, sferzatine, allusione alla volta-che-hai detto e comunque-tuo-padre- era che assomiglia a un gioco stanco. E inutile.
Renzi non va bene perché suo padre era un pezzo grosso della Dc toscana e il suo programma è stato scritto da Giorgio Gori (Canale 5 etc. etc.). Vendola, oltre a non piacere a buona parte dell'area giustizialista/manettara perché è sfuggito all'interessante parallelismo storico tra Carlo Giuliani e Il Pelliccia, racchiude troppe contraddizioni. E l'elegante sortita di Grillo, che non ha trovato niente di meglio di rivolgergli un caloroso "At salut, busòn" dal palco della piazza Maggiore bolognese - notevole, nella città che ha cresciuto Pasolini. Ma tant'è... - la dice lunga su quanto l'opinione pubblica sia davvero pronta ad accoglierne le diversità politiche e caratteriali. Di Di Pietro si parla troppo. E, fatto ben più inquietante, ne parla sempre lui. E poi, la sinistra cosiddetta extraparlamentare, gli appelli, gli indignados...
È evidente che nelle singole voci dell'elenco (generico) di "cosa è sinistra oggi" ci sono diversi contro e diversi oggetti di discussione. Renzi sfuma al centro, e a destra, sprecando la bella intuizione dei rottamatori. Vendola merita attenzione, ma non si augura nessuno, in buona fede, che la sua "Fabbrica" diventi l'ennesimo macchinone di talk-show senza conseguenze. Senza trascurare altri profili, non ancora chiari.
Di Pietro è un caso inflazionato. Anche se nessuno negherà il pesante apporto dell'Idv, come correttivo interno a un'opposizione evanescente. Nonostante gli Scilipoti e le sviste sistematiche di "Tonino" nella scelta dei candidati.
Ma il punto è un altro. Se l'opposizione non agisse ora, confermerebbe il sospetto di una complementarità, chissà se connivente o imbranata, con una maggioranza che non ha i numeri e la credibilità per governare. E Renzi, per ora, è il problema minore.
Alberto Magnani
E se non di Renzi, di Vendola. E se non di Vendola, di Di Pietro. E se non di Di Pietro, quando è in vena, di Bersani bacchettato da Prodi. Berlusconi naufraga al capolinea e l'ansia della potenziale alternativa di governo è decifrare quanto sia labour il sindaco di Firenze. Possibile che in uno scenario fondamentale, appetibilissimo per una sterzata definitiva, l'opposizione non sblocchi quella sindrome, un po' narcisistica un po' auto-consolatoria, di parlare sempre e comunque di sé? Bella domanda. Perché il processo a Renzi, che pure - capiamoci - è discutibilissimo sotto diversi profili, implica il vizio capitale di un'opposizione con poca sostanza e tanti, troppi nomi. In un intreccio farneticante di recriminazioni, sferzatine, allusione alla volta-che-hai detto e comunque-tuo-padre- era che assomiglia a un gioco stanco. E inutile.
Renzi non va bene perché suo padre era un pezzo grosso della Dc toscana e il suo programma è stato scritto da Giorgio Gori (Canale 5 etc. etc.). Vendola, oltre a non piacere a buona parte dell'area giustizialista/manettara perché è sfuggito all'interessante parallelismo storico tra Carlo Giuliani e Il Pelliccia, racchiude troppe contraddizioni. E l'elegante sortita di Grillo, che non ha trovato niente di meglio di rivolgergli un caloroso "At salut, busòn" dal palco della piazza Maggiore bolognese - notevole, nella città che ha cresciuto Pasolini. Ma tant'è... - la dice lunga su quanto l'opinione pubblica sia davvero pronta ad accoglierne le diversità politiche e caratteriali. Di Di Pietro si parla troppo. E, fatto ben più inquietante, ne parla sempre lui. E poi, la sinistra cosiddetta extraparlamentare, gli appelli, gli indignados...
È evidente che nelle singole voci dell'elenco (generico) di "cosa è sinistra oggi" ci sono diversi contro e diversi oggetti di discussione. Renzi sfuma al centro, e a destra, sprecando la bella intuizione dei rottamatori. Vendola merita attenzione, ma non si augura nessuno, in buona fede, che la sua "Fabbrica" diventi l'ennesimo macchinone di talk-show senza conseguenze. Senza trascurare altri profili, non ancora chiari.
Di Pietro è un caso inflazionato. Anche se nessuno negherà il pesante apporto dell'Idv, come correttivo interno a un'opposizione evanescente. Nonostante gli Scilipoti e le sviste sistematiche di "Tonino" nella scelta dei candidati.
Ma il punto è un altro. Se l'opposizione non agisse ora, confermerebbe il sospetto di una complementarità, chissà se connivente o imbranata, con una maggioranza che non ha i numeri e la credibilità per governare. E Renzi, per ora, è il problema minore.
Alberto Magnani
domenica 6 novembre 2011
Senza doppi Fini
A volte ti chiedi se Fini ci sia o ci faccia. La risposta sta nel mezzo. C'è ma non del tutto, ci fa ma non del tutto. Solo i detrattori più ottusi potrebbero contestarne l'intelligenza: un giocatore di scacchi, freddissimo, avvezzo alle trincee dialettiche più che alle sparate grossolane. Lo fiutavano i commilitoni dell'Msi, quando nella rovente forbice '70-'80, il ragazzotto bene bolognese che "non si sporcava mai le mani" tra sprangate e azioni di piazza, scalava in progressione i vertici del Fronte della Gioventù. Prima di insediarsi, con animo e poltrona, alla destra - ulteriore... - di Almirante, magnetizzando asti che si sarebbero strascicati negli anni.
Lucio Colletti, che evidentemente lo teneva poco in considerazione, amava liquidarlo così: "Sotto gli occhiali, niente". Quasi a sottolineare che i sussieghi e il bon ton istituzionale dell'ex delfino almirantiano nascondessero ben poca sostanza politica. Qualcosa doveva fermentare, invece, se in vent'anni Fini è riuscito a timbrare l'ingresso dei post fascisti nel tanto sospirato (ex) arco costituzionale, saldarli come alternativa interna tra Forza Italia e Lega, accentuare di colpo in colpo la discontinuità da un berlusconismo in fase discendente. Con distinguo importanti (vedi il voto agli stranieri o la difesa della magistratura) dall'irruenza chiassosa dei colleghi di coalizione.
Quanto al "farci", le tesi del suo opportunismo si auto-escludono. Fini avrebbe potuto adagiarsi sul deflusso di Berlusconi, saltando fuori dalla barca al momento giusto. Quello che, più o meno, fanno ora alcuni dei "berluscones" più apparentemente granitici . Ha creato un partito nuovo, cavalcato l'entusiasmo momentaneo, intercettato un target variabile di "aennini apolidi", liberali alla Della Vedova, elettori non di sinistra costretti a turarsi il naso pur di non votare Lui. E una manciata di teste di tutto rispetto, come quelle della Fondazione Fare Futuro. Futuro e libertà doveva circoscrivere il "futuro" di una destra "liberale, europea" (soprattutto europea: etichetta assai in uso, anche a sinistra, senza che nessuno sappia cosa voglia dire. Quale sarebbe questa destra? Sarkozy?).
Si è impantanato quasi subito tra faide interne, sfide di visibilità e - ovviamente - la campagna acquisti berlusconiana, con offerte di poltrone che hanno rimbalzato in ovile nomi importanti della primissima compagine finiana. Gravitando nel pallore programmatico del Terzo Polo, con un ventaglio di interlocutori che oscilla tra Vendola e Casini. Con gli ex "falchi" che ormai sfiorano il movimentismo, come Granata; e le ex "colombe" che, se non hanno già (ri)fatto le valigie, annacquano sempre di più la distanza da quel che rimane del Pdl.
Il coming out di un fallimento, forse. O un'esperienza che si concede tempo.
Ci è o ci fa, Fini? Non è chiaro, ma se dice che "sarebbe un paradosso se diventasse vera la profezia di Indro Montanelli, il quale temeva che Berlusconi avrebbe finito per togliere dignità alla destra per i prossimi 20 anni", spiace fargli notare che, nei 16 anni precedenti, in quella destra c'era anche lui. Si parlava di paradossi?
Alberto Magnani
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